Dalla solitudine alla redenzione: il grido di aiuto dei nostri adolescenti

Nel corso degli ultimi dodici mesi, in cui a fare da indiscussa protagonista è stata la pandemia da Covid-19, fra le tante grida di allarme per le conseguenze nefaste del virus e delle relative restrizioni, quello degli adolescenti si fa sempre più forte. Genitori, educatori e specialisti continuano a ricordarci non solo quanto questa pandemia stia amplificando situazioni di solitudine e fragilità pregresse, ma anche quali siano i disagi profondi che sta creando ad adolescenti considerati “sani”. In un momento della vita in cui la socialità è necessaria come l’aria, esserne privati significa sentirsi soffocare.

La situazione è davvero grave. Crolli emotivi, attacchi di panico, fenomeni di autolesionismo o semplicemente la voglia di mollare tutto sono all’ordine del giorno fra gli adolescenti di oggi.

Con un quadro così allarmante, è evidente che questa generazione sta lanciando una richiesta di aiuto che l’attuale pandemia ha amplificato. Si tratta di un grido di aiuto, di un manifesto bisogno di redenzione, espresso in forme contemporanee e perciò diverse dal passato, ma che nella sua essenza è vivo da sempre nello spirito dell’essere umano.

Ma cosa gridano i nostri adolescenti? E attraverso quali canali?

Il dramma della solitudine

Basta guardare le varie forme espressive della cultura giovanile per leggervi con chiarezza il dramma della solitudine che stanno esprimendo, non  in modo implicito, ma con voce forte e chiara. Al di là – e ancora prima – delle restrizioni della pandemia, la nostra iperconnessa società globalizzata sembra aver addirittura rafforzato il profondo senso di isolamento. Per quanto paradossale, tale condizione è frutto di profonde modificazioni e di numerosi fattori storici e sociali. Oltre alla disgregazione della famiglia tradizionale e all’allontanamento dalle forme comunitarie di un tempo, un fattore cruciale è la possibilità di trincerarsi dietro a uno schermo e vivere le dimensioni del gioco, del lavoro e della formazione accademica in uno spazio privato invece che nella dimensione comunitaria. Una società con accesso illimitato alla comunicazione ha accentuato il dramma della solitudine.

La pandemia non ha fatto che amplificare questo senso di solitudine e di smarrimento: la realtà dell’alienazione è palpabile tanto nelle conversazioni private coi ragazzi, quanto nei loro post sui social, così come nei testi degli artisti contemporanei più giovani. Valga quale esempio fra i tanti: l’ultima canzone di Achille Lauro, amato da molti adolescenti e giovani, ripete in ogni verso un «solo noi» seguito da parole che indicano una serie di privazioni, solitudini, mancanze e tragedie esistenziali, che caratterizzerebbero la sua generazione in maniera unica. Il ritornello è un martellante «soli e come, come, come, no, no, non chiedermi come, come, no», rivelando in maniera inequivocabile come il dramma della solitudine e dell’alienazione da ogni bisogno esistenziale (identità, paternità, dignità, libertà) sia più sentito che mai. È interessante notare che, sempre nello stesso testo, viene spesso ripetuto: «Salvami te», come se il cantante sentisse il bisogno di essere salvato da quella solitudine, per mano di un agente esterno.

Il bisogno di relazionalità

Da cosa deriva questo onnipresente senso di solitudine? Vari studi psicologici ci dicono che, nella fase di sviluppo evolutivo che inizia a 12-13 anni, i ragazzi e le ragazze sentono il bisogno sempre più forte di “riconoscersi e essere riconosciuti”, ossia di sentirsi parte di una comunità diversa da quella della famiglia di origine. Le gioie e le delusioni più intense a questa età si provano proprio nel campo delle relazioni.

Questo non è lo spazio più adatto per esaminare l’aspetto psicologico del problema (se sei interessato al tema, questo libro in inglese e questo in italiano sono ottime letture); ciò che qui ci  interessa osservare è come questo bisogno di relazioni, il grido di aiuto dei nostri adolescenti, sia una eco di qualcosa di molto più profondo, di innato nel genere umano. Se dobbiamo essere salvati dalla solitudine, vuol dire che c’è qualcosa che è stato perso, distrutto o rovinato. Cosa?

Consideriamo la prospettiva biblica. All’inizio della Genesi vediamo che l’uomo e la donna sono stati creati a immagine di Dio:

Poi Dio disse: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, conforme alla nostra somiglianza, e abbiano dominio sui pesci del mare, sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutta la terra e su tutti i rettili che strisciano sulla terra». Dio creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio; li creò maschio e femmina. (Genesi 1:26-27)

Nel progetto creativo di Dio uno degli elementi fondanti è la relazionalità, non solo intesa come bisogno di farsi compagnia, ma come parte integrante dell’essere umano, perché fatto a immagine di Dio. Dio è relazionale nella sua essenza (crea insieme al Figlio e allo Spirito – v.6) e creando a sua immagine imprime questo elemento di relazionalità nella creatura. Dio vede l’uomo e decide che non è buono che sia da solo, e crea per lui un aiuto adatto. Nella narrazione che segue in Genesi 2, è chiaro che non si tratti solo di un aiutante per “sbrigare delle faccende”, ma di un Altro in cui riconoscersi e dal quale essere riconosciuto, necessario per la propria completezza. In questa relazione primordiale tra uomo e donna troviamo l’icona della relazionalità umana.

Il rimedio per ogni relazione corrotta

La storia va avanti e in Genesi 3 assistiamo alla tragedia della prima manifestazione del peccato – ossia della ribellione dell’uomo a Dio – che si rivela qualcosa di tragico non solo per l’atto di disubbidienza in sé, ma anche per le conseguenze che reca con sé: la perdita di un rapporto pacifico e spontaneo con Dio e, automaticamente, una distorsione grave dell’immagine di Dio e del suo progetto creativo. Da quel punto in avanti, ogni anelito umano, pur continuando ad essere imperniato su quel progetto, si ritrova distorto e si indirizza altrove in cerca di appagamento. Ma queste “direzioni alternative” dimostrano di non avere la capacità di soddisfare quel bisogno. Dalla rottura di questo rapporto hanno origine anche tutti i dolori e le aspettative frustrate che accompagnano le relazioni umane. Il rapporto pensato per conferire dignità all’altro, per far sì che l’altro sia il “miglior sé” possibile, diventa uno strumento di abuso dell’altro per i propri scopi egoistici. In questo senso differente, che “tira verso il basso” e fraintende la natura della relazione, hanno la loro origine e si consumano sfruttamento e solitudini.

Ma, grazie a Dio, la storia non finisce qui: Dio stesso avvia un progetto di redenzione della Sua immagine nell’uomo. È un progetto che attraversa la storia umana e culmina in Gesù Cristo. Ponendo fede in lui, ogni uomo o donna può essere una “nuova creatura” (2 Corinzi 5:17) e aspettare il giorno in cui Cristo rinnoverà tutte le cose (Apocalisse 21:1), relazioni e comunità incluse. In questa rapida carrellata della grande storia di redenzione di Dio possiamo inserire le storie dei nostri adolescenti. Intercettando il loro grido di aiuto nell’aspetto relazionale dell’esistenza che tanto dolore provoca, possiamo schiudere di fronte a loro un orizzonte molto più ampio e glorioso: Dio vuole creare una nuova comunità di cui anche loro possono essere parte. Dio vuole renderli nuove creature che possono re-imparare a camminare in una direzione che tende verso l’alto, nuove creature in relazione con Lui per avere relazioni sane con gli altri. Non più relazioni che isolano, feriscono e abusano, ma relazioni che portano dignità agli altri, relazioni in cui riconoscersi ed essere riconosciuti.

Una storia migliore

Sebbene le statistiche ci dicano che gli adolescenti appartengono alla fascia di età meno “religiosa”, l’evidenza della loro condizione attuale ci dice che c’è uno spirito in loro che necessita di guarigione. Non siamo di fronte a esseri superficiali, interessati solo all’ultimo modello di iPhone o ai vari prodotti che il mercato propina loro dopo un’attenta profilazione, bensì di fronte a uomini e donne in formazione, che più che mai necessitano di colmare profondi bisogni spirituali.

Cresceranno come uomini e donne sani e completi se riusciremo ad andare oltre i comportamenti osservabili e le questioni di sviluppo evolutivo, e capiremo che esiste un’opportunità unica di investire nel loro spirito e di rispondere alle domande più profonde, che sono domande di natura teologica. Il Dio della Bibbia può ascoltare e rispondere al grido degli adolescenti perché quel grido è espressione della sua impronta in loro, la quale è stata calpestata e distorta dal peccato. Lui sta offrendo loro una storia migliore, molto più grande e gloriosa delle storie tristi e meschine in cui spesso vanno ad infilarsi per dare risposta a bisogni relazionali insoddisfatti. La grande storia di redenzione di Dio contenuta nel vangelo resta la storia migliore alla quale anche questa generazione può appartenere.

 

 

EM

 

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