Guerre “sante”: ogni religione porta alla violenza?

Religione e violenza

Non è insolita l’opinione che attribuisce alle religioni del mondo il potere di fomentare atteggiamenti ed azioni ostili, anche violenti, nei confronti di coloro che sono considerati  “non credenti”. Molti direbbero che «ogni religione porta alla violenza», e negli ultimi decenni questo antico adagio ha trovato apparenti conferme, con la diffusione angosciante dell’estremismo di matrice islamica.

Monoteismi e violenza

È sotto gli occhi di tutti l’azione di diversi gruppi islamici che, spinti da forti convinzioni religiose, continuano a compiere terribili stragi in nome di Dio, senza più distinzioni tra Oriente e Occidente. La storia islamica, insomma, ha al suo interno dei capitoli piuttosto sanguinosi, e l’opinione comune finisce per estendere questa natura violenta alle altre fedi monoteiste: le Scritture ebraiche d’altronde delineano un certo concetto di “guerra santa”, almeno nel momento storico in cui Israele s’impadronisce della terra di Canaan, abitata prima da altri popoli; neppure il cristianesimo rimane esente da critiche simili, in parte per essersi appropriato di tali Scritture (l’Antico Testamento), in parte per via dei classici esempi spesso citati, come le crociate!

Insomma, alcuni individuano nelle religioni monoteiste una corrente potenzialmente violenta. Un po’ come se una certa fede in Dio porti di per sé alla violenza e alla guerra fra i popoli.

Cristo è violento?

Ma le cose non stanno proprio così, per vari motivi. In primis, sarebbe errato accomunare le tre fedi monoteiste ponendole in maniera generica tutte sulla “stessa barca”: l’Islam ha portato avanti la sua espansione anche con la spada, mentre l’ebraismo ritiene di aver il diritto di preservare a tutti i costi la “terra santa” come dimora perenne per gli ebrei (almeno ortodossi). Per quanto riguarda il cristianesimo, invece, esso ha esercitato grandi abusi di potere e violenze “in nome di Cristo”, ma, a ragion veduta, queste sono state un atroce rinnegamento della fede rivelata da Cristo stesso, basata fra le altre cose anche sull’amore per il prossimo. Si potrebbe anche parlare del nazionalismo violento apertamente manifestato  dalla fede indù nell’India contemporanea:la violenza religiosa fa parte anche di religioni che l’opinione pubblica identifica come “pacifiche”. In secundis,  vale la pena dire che il crescente  ateismo contemporaneo  non ha portato quei frutti di pace mondiale tanto auspicati e a volte i regimi più violenti sono nati da convinzioni nettamente laiche (basti pensare a sistemi totalitari come quelli di Russia e Cina, che lasciano ben poco margine al dissenso democratico). Purtroppo, è anche vero che i canali mediatici non svelano in maniera sufficientemente equa i vari volti della persecuzione religiosa nel mondo: se un cristiano su otto a livello globale subisce discriminazioni per la sua fede, e i martiri per Cristo sono in continuo aumento, perché se ne parla così poco? 

Un salto indietro nel tempo

Ma, fatta questa premessa, non sarebbe comunque giusto dare l’impressione che la Bibbia non parli mai di fede e guerra. Il rapporto tra i due termini è molto più articolato di quanto si possa pensare ad un primo sguardo. Nell’intricato contesto dell’antico Vicino Oriente, non c’è mai stato un periodo in cui gli Ebrei, come antico popolo di Dio, non si siano trovati accerchiati da imperi più grandi e potenti: dagli Egiziani, agli Ittiti, agli Assiri, dai Babilonesi, ai Medio-Persiani, fino ai Greci e ai Romani. Il rapporto tra l’antico popolo di Dio e le nazioni circostanti è sempre stato complicato. 

Specialmente negli anni del profeta Abacuc. Ci troviamo all’incirca nel 600 a.C., in tempi di forte declino del piccolo territorio di Giuda, patria degli Ebrei. Abacuc vive un momento difficile. La sua breve profezia, composta da tre capitoli, è più il diario spirituale di un uomo che non la raccolta dei suoi discorsi profetici. È evidente la sua esasperazione per lo stato spirituale e morale del popolo di cui fa parte; le sue prime parole rappresentano un lamento per la condizione miserabile di Giuda

Mi stanno davanti rapina e violenza; ci sono liti, e nasce la discordia. Perciò la legge è senza forza, il diritto non si fa strada (1:3)

Un Dio in silenzio?

A parte la tristezza nel vedere il suo popolo moralmente allo sbaraglio, quello che lascia Abacuc maggiormente perplesso e confuso è l’apparente silenzio di Dio davanti a tanta malvagità:

Fino a quando griderò, o Signore, senza che Tu mi dia ascolto? Io grido a Te «Violenza!» e Tu non salvi. (1:2)

Per chi crede nel Dio della Bibbia, questa è la cosa più difficile da accettare: il Suo silenzio” davanti all’ingiustizia e alla violenza. Tuttavia, il Signore replica alle perplessità del profeta. Effettivamente, Abacuc parla pochi giorni prima della disfatta di Gerusalemme. Entro tempi brevissimi (i primi attacchi avvennero nel 597 a.C.), Giuda si troverà rasa al suolo dall’esercito caldeo di Nabucodonosor. L’anno 586 a.C. vedrà la distruzione del tempio, il luogo voluto da Dio stesso per dimorare nel cuore della nazione. E la risposta agghiacciante che l’Eterno rivolge ad Abacuc prevede tutto ciò: il Signore risponderà alle ingiustizie commesse sventatamente dal Suo popolo, indirizzando Lui stesso verso Gerusalemme quelle truppe babilonesi:

Perché ecco Io sto per suscitare i Caldei, questa nazione crudele e impetuosa, che percorre tutta la terra, per impadronirsi di dimore che non sono sue. (1:6)

Dio fa guerra al suo popolo?

È difficile esagerare la portata di queste parole. Se il Signore è prima di tutto il Dio degli Ebrei, non dovrebbe Egli far di tutto per salvaguardare il proprio popolo? Non dovrebbe esercitare il Suo potere come unico vero Dio? Non dovrebbe sconfiggere i Suoi nemici, per come osano calpestare arrogantemente casa Sua? Anche solo per il fatto che i Caldei non sono solo pagani, ma barbari, violenti, spietati, molto più ingiusti di Giuda! E se ciò non bastasse, sono un popolo così convinto del proprio potere, che interpreteranno la vittoria imminente come netta prova della propria superiorità assoluta; Abacuc dice di loro: «Questa loro forza è il loro Dio» (1:11).

E dire che è proprio il Signore a mandarli! È Lui a suscitare una guerra, proprio contro il Suo popolo! Una guerra in cui ci saranno vittime “innocenti”, ovvero coloro che non avrebbero direttamente istigato quella violenza sfrenata. Tale fu l’assalto babilonese a Gerusalemme. Ebbe come effetto lo sterminio di tanti, la perdita di vite, l’abuso di donne, la morte di bambini, il trascinamento di un popolo in esilio lontano dalla propria terra, prigionieri di guerra e saccheggio: tutto questo per mano di un impero che opera la volontà di Dio, pur non conoscendolo. Il Signore lascia vincere un popolo arrogante, crudele a violento. 

Domande più grandi di noi…

Cosa sta facendo Dio in tutto questo? È un Dio di pace, o di guerra? È un Dio favorevole o ostile al Suo popolo? Un Dio che fomenta la violenza o che la condanna? Di sicuro questo Suo progetto lascia Abacuc sbigottito:

Tu che hai gli occhi troppo puri per sopportare la vista del male, e che non puoi tollerare lo spettacolo dell’iniquità, perché guardi i perfidi e taci, quando il malvagio divora l’uomo che è più giusto di lui? (1:13)  

“Perché guardi i perfidi e taci?” Abacuc a questo punto vive una crisi di fede, la fede in un Dio che ha occhi troppo puri per sopportare la vista del male ma che, pure, si serve di strumenti come i Babilonesi; in questo caso, per compiere il giudizio previsto contro l’ingiustizia del proprio popolo. Come può un Dio santo agire tramite un impero così violento e crudele, schierandolo contro i Suoi? Cosa si può pensare di un Dio che permette al malvagio di divorare una nazione più giusta di lui?

Queste, chiaramente, sono domande importanti per chi ha fede nel Dio della Bibbia. Non per chi, credendo semplicemente nella sorte o nel caso, non si pone il problema di spiegare le brutture della storia umana. Invece, l’uomo o la donna di fede non si rassegna all’indifferenza. Né giustifica il “fare niente” con una sorta di fatalismo che non cerca neanche di comprendere la cose. “Io starò al mio posto di guardia”, dice il profeta Abacuc, mentre medita sulle azioni sconvolgenti dell’Eterno. 

…ma una risposta c’è!

Il Signore dà risposta a chi cerca il Suo Volto. Egli intreccia la descrizione dell’atteggiamento di Babilonia con parole che identificano quello del vero adoratore:

       Egli è pieno d’orgoglio, non agisce rettamente; ma il giusto per la sua fede vivrà. (2:4)

L’ostile caldeo è pieno d’orgoglio. Non agisce con giustizia. È motivato dal disprezzo. Tutto questo per dire una cosa fondamentale: gli strumenti, anche terribili, di cui il Signore si serve non sono esonerati dalle loro responsabilità. Se Babilonia è oggi strumento di Dio, ciò non significa che l’impero non dovrà rendere conto delle sue azioni. Essere inconsapevolmente al servizio dell’Eterno non equivale a guadagnare la Sua approvazione. La nazione in questione pagherà per la violenza crudele dei suoi atti contro Giuda. Saperti involontario strumento di Dio non ti rende esente da quel giorno in cui dovrai giustificare le tue scelte.

In sintesi, sarà spesso difficile interpretare gli eventi della storia. Ci saranno poteri ingiusti, sconfitti da poteri più ingiusti, che, a loro volta, verranno meno nel tempo. Il più forte oggi non lo sarà domani. Lo stare in piedi sulla vetta è una sensazione transitoria. Ed è facile pensare che in tutto ciò non esista un Dio che tenga le redini della storia, che sovrasta le violenze tra gli uomini sulla terra. Ma l’Eterno dice: “Il giusto per la sua fede vivrà”. È la fede nella sovrana benevolenza e santità di Dio, anche nel corso della storia umana più ingiusta e violenta. È la Fede che Lui, pur essendo perfettamente santo, sa maneggiare mezzi imperfetti per compiere i Suoi propositi, a volte molto dolorosi, ma sempre buoni. È un Dio libero di disciplinare, di umiliare, di mandare delle piaghe, e non solo di guarire. Al fine, sempre, di richiamare a Sé. Senza esonerare nessuno degli imperi di cui Egli si serve. 

Solo la fede rende giusti

Sostanzialmente, questa è la risposta cristiana: porre fede in un Dio che non interviene subito per contrastare l’ingiustizia. Un Dio che non porta subito la pace, anzi potrebbe suscitare ostilità tra le nazioni. Un Dio a cui ognuno di noi, piccolo o grande, dovrà rendere conto, che si tratti degli atti segreti di un Putin o di un Xi Jinping, o delle piccole violenze che perpetriamo noi. È una fede che, a conti fatti, sa dire: “Non capisco il perché di certi avvenimenti. La mano dell’Eterno mi lascia anche perplesso. Eppure so che Egli è buono, che mantiene sempre le Sue promesse, fino a compierle in Gesù Cristo; e so che il futuro giudizio finale è già stato previsto, e che l’unico modo di scampare ad esso, non solo per Babilonia ma anche per noi, è di rifugiarci umilmente in Lui”:

E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede. (Galati 3:11)

In che senso “il giusto vivrà per fede”? Esercitando fede nella grazia immeritata di questo Dio, nel momento in cui ammettiamo di essere anche noi ingiusti, violenti, non meritevoli in alcun modo della Sua cura nei nostri confronti, una cura esemplificata nel Suo perdono completo in Gesù Cristo. La fede posta nel Dio della Bibbia non invita a letture semplicistiche del rapporto fra la pace e la violenza, la giustizia e l’ingiustizia, ma stimola una reale umiltà, che ritorna costantemente all’opera perfetta di Gesù, e Lo supplica riguardo alle ingiustizie nel mondo, volgendo al contempo lo sguardo verso quel giorno in cui Egli farà giustizia di ogni violenza.

   

GPA

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