Strumentalizzare la religione

Parlare della strumentalizzazione del cristianesimo non è un compito facile: si rischia da una parte di toccare punti sensibili della fede e delle credenze delle persone e dall’altra parte di essere condiscendenti con atteggiamenti e modi di fare che si sono consolidati nei secoli, ma che hanno ben poco a che vedere con il vero cristianesimo. L’obiettivo di questo breve articolo non è trattare in modo esaustivo il tema, ma proporre, piuttosto, uno spunto di discussione analizzando uno schema ricorrente di strumentalizzazione della religione e riportandone qualche esempio nella storia, per suggerire, poi, una soluzione per provare ad eludere il problema.

Uno schema ricorrente

Per comprendere in che modo questo processo di strumentalizzazione della fede avviene, occorrerà tornare all’Antico Testamento, cioè, quella parte della Bibbia che tratta la rivelazione di Dio al popolo di Israele prima dell’avvento di Cristo. È proprio nella storia di Israele che troviamo il modello di strumentalizzazione che, attraversando i secoli, giunge fino ai nostri giorni.

Israele era un popolo composto da 12 tribù, che intorno al 1020 a.C. passa da un governo di stampo tribale alla monarchia. Durante il regno dei primi tre sovrani, quelle tribù vivevano come una nazione unita, sotto la guida di un unico re. È durante il regno di Roboamo, figlio del famoso re Salomone, che questa unità si infrange. Il nuovo re di diventa il sovrano di sole due tribù, Giuda (a cui apparteneva Gerusalemme, città santa per i giudei oltre che capitale politica) e Beniamino, mentre tutte le altre 10 tribù si schierano dalla parte di Geroboamo, che eleggono come proprio re.

Secondo il racconto biblico, Dio stesso aveva stabilito questa scissione come risposta all’idolatria di Salomone, e Geroboamo aveva ricevuto l’annuncio divino, per mezzo di un profeta, del suo futuro ruolo di re delle dieci 10 tribù.

Ma non appena diventa re il suo cuore si riempie di paura. Il luogo di culto del popolo, seppur diviso, era rimasto a Gerusalemme e Geroboamo temeva che, intraprendendo regolari pellegrinaggi per adorare Dio, “il cuore di quel popolo” sotto il suo comando, nelle sue parole, “si volgesse verso Roboamo, re di Giuda”.

A quel punto, nella sua mente la soluzione era chiara: bisognava creare una religione simile alla loro ma del tutto diversa, per assicurarsi il proprio ruolo politico. Stabilisce dunque, arbitrariamente, due nuovi luoghi santi in cui adorare Dio all’interno del suo territorio, e vi colloca due statue di vitelli d’oro. Israele professava fede in un unico Dio, ma Geroboamo chiama questi vitelli “dèi” e aggiunge: “che vi hanno fatto uscire dall’Egitto”.

Questi si serve di un linguaggio molto simile a quello della religione ebraica e ne riproduce gli aspetti esteriori, ma la svuota di ogni significato originario per dei fini politici. Ad esempio, i sacerdoti, per espressa indicazione di Dio, dovevano appartenere esclusivamente alla tribù di Levi, ma per i suoi nuovi santuari Geroboamo decide di prendere “qua e là dal popolo dei sacerdoti”, senza alcun criterio.

Il popolo di Israele aveva, inoltre, un calendario religioso che Dio stesso aveva affidato a Mosè, affinché ricordasse quello che Dio aveva fatto per lui in passato, ma Geroboamo, sempre allo scopo di consolidare il proprio dominio, stabilisce un proprio calendario, decidendo le date in cui i suoi sudditi avrebbero dovuto offrire i sacrifici.

Gli sforzi di Geroboamo sono volti a creare una religione che rispecchi in qualche modo quella di Israele, ma fondata sulla sua volontà umana, allo scopo di conservare e concentrare il potere politico e religioso nelle proprie mani. Esteriormente simile alla fede giudaica originaria, questa sua nuova religione è, di fatto, artificiale e tirannica, e finiva solo per assoggettare a sé il popolo, allontanandolo dalla vera adorazione a Dio.

Un esempio

Se volessimo definire il paradigma osservato nella storia di Geroboamo, potremmo dire che la strumentalizzazione di una religione consiste nell’usare una versione contraffatta del suo insegnamento, tentando di conservare il più possibile un aspetto esteriore e rituale simile all’originale, per perseguire scopi materiali, come il mantenimento del potere.

Nel nostro esempio veniva  sempre mantenuto un luogo di culto, ma non a Gerusalemme; c’era la memoria di un esodo dall’Egitto, ma eseguito da dei vitelli d’oro; c’erano dei sacerdoti, ma scelti a caso, senza alcun criterio.

Ecco che, tenendo a mente questi elementi, sarà piuttosto semplice guardare alla storia del cristianesimo o, meglio, alla storia della chiesa e intravedere delle situazioni simili, in cui il vangelo proposto da Gesù e dagli apostoli subisce le più svariate distorsioni a vantaggio di un individuo o di una qualche istituzione.

Dopo i primi tre secoli, dopo momenti più o meno intensi di persecuzione, la storia della chiesa cristiana viene ribaltata dalla conversione dell’imperatore Costantino: se all’inizio del IV secolo i cristiani erano perseguitati, verso la fine del secolo essi divennero gli esponenti della religione di stato. La fede cristiana divenne una questione di stato e l’imperatore, pur astenendosi nelle votazioni, convocò e “presiedette” il concilio di Nicea del 325. Ma il vangelo parla davvero di un regno che sia, insieme, spirituale e temporale?

Andando più avanti nella storia, Innocenzo III nel 1215 si dichiara il “successore di Pietro”, “mediatore tra Dio e gli uomini”, “meno di Dio ma più dell’uomo”, “che avrebbe giudicato tutti e da nessuno sarebbe giudicato”. Di conseguenza, la Chiesa viene dichiarata istituzione superiore ad ogni altro regno. Ma sarebbe questa l’idea di Gesù sul vescovato? Un uomo superiore agli altri? Un mediatore che non sia Cristo stesso? Non somiglia molto, di fatto, all’ambizione di Geroboamo?

E oggi? In diversi paesi, anche in quelli di tradizione protestante, sono moltissimi gli esempi di leader politici che sfruttano la propria adesione (sebbene in senso molto lato) alla fede cristiana per ottenere vantaggi alle urne; mentre diverse guide religiose si prestano a “vendere” il vangelo, arricchendosi in prima persona ed esercitando un immenso potere sulle persone, predicando un vangelo all’apparenza simile a quello biblico, ma falsificato dai loro intenti. “Date i vostri soldi a Dio” dicono, “e Lui vi darà il doppio”; “Votate il politico x, lui difenderà la Chiesa e porterà avanti i valori cristiani!”.

Ecco che, ancora una volta, lo schema si ripete. C’è un edificio che assomiglia a una chiesa, ci sono dei canti e magari qualche lettura di qualche versetto della Bibbia eseguita da una figura che assomiglia a un sacerdote; c’è, forse, il linguaggio del perdono dei peccati – eppure non c’è traccia del ruolo fondamentale della grazia di Dio. Alla fine, dietro all’apparenza di chiesa cristiana non resta che una contraffazione annacquata del vangelo.

Ma se, in ogni epoca, il vangelo è ormai diventato oggetto di strumentalizzazione politica, cosa dovremmo sperare? Ci sarà una soluzione a questo problema?

Un consiglio

La buona notizia è che una soluzione c’è, e non è certo “originale”.

Dopotutto, il cristianesimo è, letteralmente, “la religione di Cristo”. Dev’essere Cristo allora ad avere l’ultima parola. Guardando in modo molto breve e semplice ad alcuni degli insegnamenti di Gesù, al modo in cui  lui e i suoi discepoli si ponevano, troviamo diverse incongruenze rispetto a questi esempi.

Interrogato da Pilato, Gesù risponde in maniera molto chiara:

Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori combatterebbero perché io non fossi consegnato ai Giudei; ma ora il mio regno non è di qui. (Gv 18:36)

Reclamare potere politico sulla base dell’autorità di Cristo non rispecchia questo insegnamento.
Non vogliamo demonizzare la politica, ma considerarla come una componente legittima del regno di Cristo è certamente una lettura impropria del messaggio cristiano.

Anche le parole di Innocenzo non reggono il confronto con la scrittura, in particolare con le parole dell’apostolo Paolo:

Infatti c’è un solo Dio e anche un solo mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù uomo, che ha dato se stesso come prezzo di riscatto per tutti; questa è la testimonianza resa a suo tempo e della quale io fui costituito predicatore e apostolo (io dico il vero, non mento), per istruire gli stranieri nella fede e nella verità. (1 Ti 2.5-7)

Solo Cristo è il mediatore tra l’unico vero Dio e gli uomini e il Suo sacrificio è l’unico prezzo del nostro riscatto, accettato per fede e non tramite opere meritorie o penitenze o qualsiasi altra cosa.

Pensando ancora ai vari esempi che abbiamo citato e confrontando con il modello che la Bibbia dà per i vescovi e sacerdoti, noteremo anche a questo proposito grande contrasto.

Bisogna dunque che il vescovo sia irreprensibile, marito di una sola moglie, sobrio, prudente, dignitoso, ospitale, capace di insegnare, non dedito al vino né violento, ma sia mite, non litigioso, non attaccato al denaro, che governi bene la propria famiglia […] (1 Ti 3:2-4a)

Ecco che non c’è spazio per avarizia o per il nepotismo religioso. Non c’è spazio per menzogne o contraffazioni ma solo per l’insegnamento coerente della verità. Qualsiasi altro modello non rispecchia quello di Cristo e degli apostoli.

Nel vangelo di Matteo, Gesù afferma che sarebbe stato lui ad edificare la sua chiesa (Mt 16:18) e, di seguito, sono i suoi apostoli a ricevere il compito di insegnare ciò che da Lui avevano sentito (Mt 28:18-19). Se il progetto di Cristo è sempre stato che la sua chiesa si basasse sul fedele annuncio del suo insegnamento, allora l’unico fondamento solido saranno gli insegnamenti di Cristo e degli apostoli, che li hanno ascoltati direttamente. Per non cadere vittime di alcuna strumentalizzazione, occorrerà misurare su queste basi l’affidabilità di ogni insegnamento che si definisce “cristiano”.

 

 

YV

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