Il Coronavirus è una punizione di Dio?

Il Coronavirus è una punizione da parte di Dio? Una punizione che si diffonde inesorabilmente nel mondo, a partire dalla Cina, poi attraverso l’Europa e l’America, prima di giungere chissà dove? Chi ventila tale ipotesi non è, a conti fatti, il primo nella storia a ragionare in questi termini: la sofferenza personale, familiare, e persino nazionale, viene direttamente messa in relazione col peccato, come se Dio stesse punendo le nazioni della terra per un approccio alla vita che rimane lontano dalle Sue vie. Magari, si difende questo ragionamento estrapolando dalla Bibbia testi del genere: “Se non hai cura di mettere in pratica tutte le parole di questa legge…il Signore renderà straordinarie le piaghe con le quali colpirà te e i tuoi discendenti” (Deuteronomio 28:58-59).

La storia di un cieco

Forse sorprenderà qualcuno la scelta di riportare qui l’incontro che Gesù ebbe con un cieco. Quando i discepoli videro l’uomo, cieco fin dalla nascita, si sentirono spinti a chiedere: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?” (Giovanni 9:2). In altre parole, esisterebbe un legame indissolubile tra il peccato umano, il decadimento morale della vita, e i disastri che ci accompagnano; un qualche rapporto diretto tra “peccato” e “punizione”. Dato che questi nacque cieco, o Dio prevedeva che avrebbe condotto una vita piena di trasgressioni, o forse, al massimo, ereditava una colpa ascrivibile ai suoi genitori; ci sarebbe comunque un legame diretto, ereditario. In base alla stessa logica, il Coronavirus sarebbe la punizione di Dio su interi continenti, causata da scelte di vita lontane dai Suoi decreti.

Un rapporto diretto?

Sebbene sia vero che la Bibbia riconosce l’esistenza di un rapporto tra peccato e punizione, non si tratta di un rapporto prettamente lineare. Sarebbe semplicistico leggerlo sempre come una correlazione diretta. Teniamo a mente almeno tre elementi:

  1. Ci sono casi in cui il rapporto diretto tra condotta umana e sofferenza è chiaro, ed è già stabilito nell’ordine creato da Dio.
    Se maltratto il mio prossimo potrò finire maltrattato, se sono irascibile con miei amici rischio di perderli, se riempio il mio corpo di sostanze nocive sarò più esposto a problemi di salute, se guido ubriaco per strada sarò più facilmente vittima di incidenti, se scelgo di evadere le tasse, non avrà senso lamentarmi della lettera ricevuta, a distanza di anni, dall’Agenzia delle Entrate! “L’empio è travolto dalla sua sventura, ma il giusto spera anche nella morte” (Proverbi 14:32).
  2. Ad ogni modo, spesso il rapporto tra azioni e conseguenze non è così evidente.
    La visione cristiana è quella di un mondo spezzato, decaduto dal suo originale stato d’innocenza; un mondo ora pervaso da peccato ed errore umani, insieme al travaglio del creato stesso. Tutto ciò rende la vita un’apparente “lotteria”, un calderone di relazioni familiari, sociali, nazionali ed internazionali in cui contribuiamo a creare problemi agli altri, e al contempo subiamo le conseguenze dei peccati altrui. In parole povere, abitando questo mondo caduto, talvolta siamo quelli che provocano danni ad altri, altre volte siamo quelli che subiscono danni da parte degli altri. Tutto ciò rimane sotto la mano di Dio! Cioè, esiste davvero un rapporto tra peccato e sofferenza, ma non è così “diretto”. Esso sussiste in una serie di complicati intrecci che muovono il villaggio globale in cui viviamo. Basti considerare gli effetti dei cambiamenti climatici sul pianeta, causati da scelte fatte in luoghi anche distanti da noi.
  3. Di conseguenza, è davvero difficile stabilire con certezza uno stretto legame tra peccato e “punizione”.
    Ancor più nel caso del Coronavirus, che suscita facilmente in noi tante domande del tipo “e se avessimo…?”: e se le autorità cinesi avessero riconosciuto e divulgato subito nel mondo l’inizio della diffusione del virus? E se il globo non fosse tutto così strettamente collegato con mezzi di trasporto? E se le misure applicate adesso fossero state applicate già due mesi fa? E se ogni cittadino le avesse rispettate fin dall’inizio? E se i servizi sanitari in Italia fossero di qualità eguale dal nord al sud?” Non c’è limite alle domande che uno si potrebbe porre.

La domanda sbagliata

Ma in fin dei conti non crediamo che gli abitanti di Codogno, Bergamo o Brescia siano peggiori di quelli di Bologna. È impossibile comprendere il motivo di certi eventi, se non ricordandoci come siano cose che possono accadere, e che tra l’altro sono accadute in svariati momenti della storia umana, schiava di un mondo immerso nel peccato. La Bibbia non pone la domanda: ‘Cosa abbiamo fatto per meritarci il Coronavirus?’, quanto piuttosto: ‘Perché riteniamo che dovessimo esserne per forza esenti?’. Ammetto che questo potrà suonare duro, in un momento storico in cui pretendiamo di saper gestire e controllare i tanti imprevisti della vita, per via degli smisurati progressi raggiunti dal mondo scientifico e tecnologico. Tuttavia, rimangono quesiti a cui è impossibile dare risposta. E non pronuncio tali parole come se tutto questo non mi toccasse, come se fossi in una torre d’avorio: mentre scrivo, sto rischiando di perdere un caro fratello e amico nella fede, in coma e in fin di vita.

Né lui né i suoi genitori

L’essenziale, tornando al racconto del cieco, non è il dover spiegare l’accadere di certi eventi (cosa che non ci compete), bensì il saper reagire nel modo giusto alla realtà che stiamo fronteggiando. Alla domanda dei discepoli Gesù risponde: “né lui ha peccato, né i suoi genitori (come causa diretta della cecità del figlio); ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui ” (Giovanni 9:3). Affinché le opere di Dio siano manifestate in lui! La domanda cristiana non è: “Perché accade questo”, ma piuttosto: “Come dovrei reagire a questo (terribile) imprevisto, in modo tale da manifestare le opere di Dio, in modo da portare gloria a Dio?” Siamo sicuri che in mezzo al buio fitto, apparteniamo per fede a Colui che è la Luce del mondo (Giovanni 9:5). E la Sua Luce non viene sopraffatta dalle tenebre.

Dunque, la domanda è: come può il cieco portare gloria a Dio? Come vengono manifestate in lui le opere di Dio? Il racconto stesso dà la risposta: tutto parte (non finisce) dalla guarigione fisica (vv. 6-7). È proprio questa a indurre il cieco ad annunciare pubblicamente l’opera di Cristo (vv. 8-12). Egli grida “sono io”, guarito da “quell’uomo che si chiama Gesù”. L’uomo è spinto a parlare del miracolo compiuto da Cristo, seppure le autorità rimangano fortemente ostili alle sue parole (vv. 13-17). E mentre i genitori si dissociano da lui, per paura delle medesime autorità religiose (vv. 18-23), egli comunque cresce coraggiosamente nella chiarezza e franchezza della sua testimonianza, fino a subire non pochi insulti da parte delle guide ufficiali (vv. 24-34). Dopodiché, egli incontra personalmente Gesù, Lo vede per Colui che Egli è, e non può far altro che prostrarglisi davanti, dicendo “Signore, io credo” (v. 38)!

Una vista vera

Se ci fossero ancora dei dubbi su come si manifestino nel cieco le opere di Dio, cominciamo a intravedere come la Luce del mondo dona a quest’uomo una vera capacità di vedere. È la vista spirituale che si manifesta nel profondo coraggio di chi deve assolutamente testimoniare della verità di Gesù. E nell’atto di farlo, non può che svelare la cecità di chi, ritenendo di vedere, finisce in realtà per respingere la Luce (vv. 39-40). Le opere di Dio si manifestano nella lucida, coraggiosa testimonianza di un uomo che prima era cieco, per mezzo del quale Gesù vanifica le pretese di chi si ritiene capace di vedere. In altre parole, avere la “vista” non significa avere in mano tutte le risposte, nemmeno sui motivi dell’attuale pandemia. Il vangelo di Cristo non promette di sviscerare i motivi di ogni disgrazia (Perché quest’uomo è nato cieco? Perché non un altro?) Piuttosto, ci invita a fronteggiare la situazione affrontandola in modo da “rendere manifeste le opere di Dio”. Secondo l’esempio del cieco, la risposta prenderà la forma di una vita incentrata su Gesù, dedita a rendere una testimonianza pubblica e coraggiosa, anche pagandone personalmente il costo (v. 34), arricchendola con un forte spirito di ringraziamento e lode (v. 38).

Intercedere davanti a Dio

In sintesi, non interpretiamo il Coronavirus come diretta espressione della punizione di Dio. Né indugiamo sul domandarci perché Egli l’abbia permesso. Prendiamo esempio, invece, dalla risposta data dal cieco. Prima del ritorno di Cristo, non mancheranno eventi catastrofici che rovineranno le vite (Matteo 24:6-8), e tra questi l’attuale spaventosa pandemia. Ma la consapevolezza che ci saranno momenti simili, più o meno intensi, serve ad umiliarci davanti alla Sua santità, a ricordarci che Egli solo è Dio, vivendo da buoni cittadini in conformità ai decreti nazionali, per amore del prossimo e non solo a tutela di noi stessi. Più di tutto, vogliamo essere coscienziosi nell’imparare, come singoli e come chiese, come intercedere davanti a Dio, affinché Egli tragga gloria da questa situazione, per aprire gli occhi (e non solo!) del nostro paese riguardo alla fragilità della nostra vita, e alla stretta interdipendenza in cui viviamo.

Che Dio possa, prima di tutto, rivelare a tanti la naturale cecità in cui ci troviamo, nella quale nasciamo e dalla quale non esiste guarigione, se non per l’intervento misericordioso di Cristo, annunciato coraggiosamente dalla bocca di chi Lo ama. E ciò affinché tanti in Italia (e altrove), tramite le parole espresse dai Suoi proprio in questi giorni, possano erompere contagiosamente in espressioni di ringraziamento e adorazione verso Colui che avranno conosciuto personalmente nei giorni di questa sofferenza.

Gian Paolo Aranzulla

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