25 aprile: la vera pace ieri, oggi e per sempre

25 aprile: vera pace

Tra le feste più sentite nel nostro paese il 25 aprile ricopre il ruolo particolarissimo di “celebrazione della pace”, che la rende più di semplice ricordo di uno degli eventi più importanti della nostra Repubblica. 

Avendo abitato per diverso tempo a Bologna in via del Pratello (per certi versi “sede bolognese” dell’antifascismo) ho ben impresse le immagini di festa che caratterizzano la giornata, insieme alle fotografie sbiadite di quei giorni del 1945, che parlano di riconciliazione, libertà, pace e di nuovo inizio.

Sono proprio questi i sentimenti che associamo a quei giorni fondamentali della storia del nostro paese e che si manifestano in maniera evidente anche a livello legislativo:

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo (Articolo 11, Costituzione della Repubblica Italiana).

Pertanto, nel celebrare l’Anniversario della liberazione d’Italia ci ricordiamo annualmente che il nostro paese è letteralmente fondato sulla pace intesa come: 1) “ripudio” della guerra e 2) riconciliazione fra i popoli (“… fra le Nazioni”).

La celebrazione però non è vissuta solo come una commemorazione, ma anche, e forse soprattutto, come una continuo sfogo collettivo di fronte ai conflitti odierni: quelli nel nostro paese (forse meno cruenti in apparenza ma più radicati in una sorta di irrequietezza ideologica mai sopita) e quelli nel resto del mondo, che non sembrano mai cessare e ritornano sempre in forme diverse.
Questo messaggio di pace si propone quasi  come un “mantra” costante, condiviso da moltissimi e considerato come uno dei fini ultimi dell’agire politico e sociale. 

“mettere fine alla guerra è dovere improrogabile di tutti i responsabili politici di fronte a Dio” (Papa Bergoglio 2020)

La guerra fra gli uomini

Ricordare la liberazione, oltre a ricordarci dell’incessante bisogno di pace, ci dona anche un grande senso di gratitudine quando pensiamo alle circostanze eccezionali in cui ci troviamo al momento in Europa, a seguito di quegli eventi. Come cittadini italiani, infatti, non sperimentiamo un conflitto nel nostro territorio più o meno dal 29 Aprile 1945 (Resa di Caserta). 

Una situazione simile alla nostra fu quella del I secolo d.C., quando l’intero Impero Romano si trovò in uno stato di relativa pace per più di un secolo.
L’apostolo Paolo, cittadino di questo stato, visse proprio durante quel  periodo di Pax Romana, ed ebbe  modo di riflettere sul tema della pace, fondando la propria riflessione sul ricordo di  un evento passato che sancì la fine delle ostilità, una volta per tutte.
Scrivendo una lettera ai cristiani di Efeso, Paolo descrive la pace “annunciata” dalla venuta di Cristo:

Con la sua venuta ha annunciato la pace a voi che eravate lontani e la pace a quelli che erano vicini; perché per mezzo di lui abbiamo gli uni e gli altri accesso al Padre in un medesimo Spirito. (Ef 2:17-18)

Paolo parla di due tipi di pace, o meglio, di una stessa pace comunicata a due gruppi di persone diverse, e che ha due diverse conseguenze .

La prima pace è annunciata a quelli che erano “lontani”, cioè gli “stranieri di nascita”, i non ebrei:

…esclusi dalla cittadinanza d’Israele ed estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo (v. 12).

Per Paolo gli uomini non si distinguono in base alla loro appartenenza etnica, sociale o di  genere, ma in base alla loro inclusione o esclusione dalla famiglia di Dio. 

La Bibbia mostra come Dio si sia rivelato nel corso della storia ad un popolo specifico, scegliendolo come suo possedimento speciale, separato dal resto del mondo (Gen 17:7). Ma anche all’interno di quel popolo c’è sempre stata una chiara distinzione tra chi veramente poneva fede in Dio e apparteneva pienamente a quel popolo, e chi ne era parte solo per nascita, ma viveva esattamente come ogni altro popolo.  Conoscendo la storia di quel popolo e le molte volte in cui Dio stesso aveva rivelato proprio a quel popolo scelto quanto i parametri di “valore” e identità umani fossero inutili per renderglisi graditi e avere con lui una relazione di pace, Paolo dichiara con grande lucidità che  fra tutti i conflitti e le divisioni etniche, ideologiche e religiose che ci sono nel mondo, l’unica che davvero conti – perchè assurge a soddisfare i parametri del Creatore anziché delle creature – è la separazione tra la famiglia di Dio e il resto degli uomini.

Un po’ come in quei giorni prima della liberazione, quando l’unica suddivisione che contasse fra gli italiani fu l’essere “con” o “contro” gli alleati, così in tutta la narrazione biblica ciò che di fatto divide gli uomini è un “muro di separazione” tra quelli che sono parte della famiglia di Dio e quelli che sono contro Dio.
Ed è sorprendente pensare che in quei giorni di aspro combattimento, quando due visioni del mondo e dello stato si scontrarono mortalmente, persone appartenenti a frangenti opposti secondo il punto di vista di Dio potevano invece far parte dello stesso gruppo. Viceversa, è possibile che compagni d’armi e d’avventura nel corso della guerra, davanti a Dio siano sempre stati separati e lo  saranno anche per l’eternità proprio in ragione di quell’unica  linea di demarcazione che alla fine della storia conterà davvero: essere “parte” della famiglia di Dio o “contro” Dio.

Ma ecco la sorpresa per Paolo: la venuta di Gesù è stata in grado di portare pace, intesa come riconciliazione tra i due gruppi fino a quel punto separati:

Lui, infatti, è la nostra pace; lui, che dei due popoli ne ha fatto uno solo e ha abbattuto il muro di separazione, abolendo nel suo corpo terreno la causa dell’inimicizia (v. 14) 

La cosa più inaspettata è che, dal momento in cui Gesù è venuto, chiunque può far parte della famiglia di Dio, indipendentemente dalla sua provenienza geografica. La più grande barriera divisoria fra gli uomini è stata abbattuta e d’ora in avanti ci può essere pace anche per chi prima non vi aveva accesso.
E se la barriera più importante fra gli uomini , è stata abbattuta, non ha alcun senso dare peso a tutte le altre che gli uomini hanno ideato nel corso dei secoli.

La guerra che non ti aspetti

Malgrado le buone premesse, la storia che segue la venuta di Cristo, fino ai giorni nostri, ci dimostra che una vera pace fra i popoli non è mai stata realmente raggiunta.
Ad un’apertura a tutti i popoli e i gruppi sociali davanti a Dio non è corrisposta un’assenza di conflitti fra gli uomini. Questo non perché la pace portata da Gesù fosse poco efficace, ma perché ogni conflitto fra gli uomini è in realtà una piccola manifestazione di un unico grande conflitto: quello tra Dio e l’uomo.

Paolo infatti, oltre a parlare della pace annunciata a quelli che erano “lontani”, e che possono ora “avvicinarsi”, parla anche di una pace per quelli che erano “vicini”. È evidente quindi che questa pace non è necessaria solo per alcuni che si trovano lontani dalla famiglia di Dio. La pace di cui parla è necessaria per tutti, anche per quelli che già avrebbero dovuto farne parte.
Questa guerra non interessa un solo un gruppo di persone, ma ogni uomo si trova in guerra con il proprio creatore:

Nel numero dei quali anche noi tutti vivevamo un tempo, secondo i desideri della nostra carne, ubbidendo alle voglie della carne e dei nostri pensieri; ed eravamo per natura figli d’ira, come gli altri (v. 3).

Per natura ogni uomo è un soldato nemico che combatte contro Dio, che ha scelto di ribellarsi credendo di poter essere padrone della propria vita, senza doverne rendere conto a nessuno. Perciò Paolo chiama ogni uomo “figlio d’ira”, cioè destinato a subire l’ira di Dio su di sé, un po’ come quei soldati che si rifiutarono di schierarsi con gli alleati in quei fatidici giorni del ’45: 

Una sola via di scampo e di salvezza resta ancora a quanti hanno tradito la patria, servito i tedeschi, sostenuto il fascismo: abbassare le armi, consegnarle alle formazioni patriottiche, arrendersi al Comitato di liberazione nazionale.

Arrendersi o perire! 

(dall’Ultimatum del CLNAI alle forze armate e ai funzionari della RSI, 19 aprile 1945)

Questa inimicizia è fondamentalmente alla base di ogni conflitto nella storia.  Ciò comporta che non sarà mai “possibile costruire un mondo di (vera) pace” (come auspicato da Papa Bergoglio nel suo discorso) in quanto tutti sono inconsapevolmente immischiati in una guerra più grande, che li porta a odiare il proprio simile e a fargli guerra.
Per avere vera pace è necessario porre fine alla guerra che sta a monte: quella che separa Dio e l’uomo.  Gesù è venuto per portare pace riconciliando gli uomini con Dio “mediante la croce, sulla quale fece morire la loro inimicizia” (v. 16) e in questo modo permettendogli di essere riconciliati tra di loro.

2000 anni fa, la venuta di Gesù Cristo ha sancito l’unica vera pace che conta, e vogliamo ricordarla, proprio come celebriamo giustamente la liberazione nazionale e la nascita della nostra Repubblica.
Al contrario, le guerre del momento, per quanto terribili e spaventose, sono solamente eventi effimeri che anticipano una liberazione totale, che porrà fine ad ogni conflitto, e da cui Dio uscirà vincitore per dare inizio ad un Regno eterno al quale  chiunque si sarà arreso a Lui potrà appartenere. 

 

https://it.wikipedia.org/wiki/Arrendersi_o_perire!

https://www.vaticannews.va/it/papa/news/2020-10/papa-francesco-incontro-leader-religiosi-piazza-campidoglio.html

NR 2006

Costituzione della Repubblica Italiana

 

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