Un Natale deludente

Probabilmente quest’anno sarà un Natale deludente per molti. Il Covid ci tiene a distanza anche durante quei giorni di festa che da sempre siamo abituati a trascorrere con i parenti e con gli amici.

Ma ciò che lo rende peggiore è l’incertezza che lo circonda. La causa di questo isolamento natalizio sembra ancora difficile da eliminare, e ognuno di noi ripone le sue speranze in qualcuno che possa fornire una soluzione: nei politici, con le misure di contrasto e gli interventi adeguati; nel trascorrere del tempo, che forse renderà meno letale e contagioso questo virus man mano che la popolazione mondiale riuscirà a sviluppare l’immunità; e, soprattutto, nei medici e nei ricercatori, con i risultati incredibilmente veloci che stanno ottenendo nello sviluppo del vaccino.

Ad ogni modo, è chiara la necessità di un intervento risolutivo, ma è molto molto meno chiara la natura di questo intervento e le persone da cui aspettarselo. La delusione più grande nasce allora dal non saper individuare con certezza questa soluzione.

Il primo Natale fra “congiunti”

Se ci riflettiamo, però, anche il primo Natale deve essere stato piuttosto deludente. Pensando al popolo di Israele di 2000 anni fa, non dovremmo certo immaginarci una pandemia che li costringesse ad andare in giro con mascherine e disinfettanti, eppure il clima di incertezza e di attesa era molto simile.

Il paese era ormai da secoli sotto dominazioni straniere mal sopportate, la possibilità di mantenere le proprie tradizioni e di vivere nella terra che sentivano propria era soggetta ad una potenza mondiale, l’Impero Romano, che non risparmiava l’uso della forza contro i popoli ribelli e che, di lì a pochi decenni, avrebbe finito per distruggere il loro simbolo nazionale più caro (il tempio). Anche quel popolo desiderava un intervento risolutivo, e attendeva da secoli la nascita del Messia: colui che avrebbe trionfato su ogni altro re, inaugurando una nuova era di pace e prosperità.

Il primo Natale sarebbe quindi stato l’ingresso del Messia nella storia, l’arrivo di Dio stesso in questo mondo per regnare su tutto quello che lui stesso aveva creato.

Immaginate quanto possa esser stato deludente sentir dire che tutto si era ridotto ad un bimbo in una mangiatoia, con i soli strettissimi “congiunti” e qualche animale domestico ad assistere all’evento. Sembrava così assurdo, in effetti, che molti l’avrebbero presa per la notizia della nascita di un bambino qualunque.

Ma se la nascita di Gesù rappresentava davvero l’ingresso del Creatore nel suo creato, perché è avvenuto tutto così in sordina? E perché ancora oggi continua a sembrare un’immagine un po’ assurda?

Un salto indietro nel tempo

“Perché è una bella favola”, si potrebbe facilmente rispondere. Ma, in realtà, il quadro è ben più interessante. Il popolo ebraico conosceva da secoli le parole di Mosè, le cronache della vita dei re e gli scritti di uomini ritenuti profeti, ossia uomini mandati da Dio per parlare a Suo nome, denunciando gli errori della nazione e riportandola all’ubbidienza di Dio per evitare le drammatiche conseguenze di quegli errori.

Scrivendo 700 anni prima della nascita di Gesù, il profeta Isaia ebbe una visione in cui prevedeva l’arrivo di questo Messia e ne annunciava al popolo il carattere. Isaia disse:

Poiché un bambino ci è nato, un figlio ci è stato dato, e il dominio riposerà sulle sue spalle; sarà chiamato Consigliere ammirabile, Dio potente, Padre eterno, Principe della pace. (Isaia 9:5)

A quel tempo, Isaia era circondato da persone che avevano paura (es. Isaia 8:12), perché c’erano delle gravi minacce internazionali alla loro sopravvivenza (es. Isaia 7:23). In tal senso, la situazione non era così diversa da quella di oggi. Allora, come ora, le persone cercavano sicurezza servendosi di mezzi politici e religiosi (es. Isaia 8:19), ma avrebbero atteso ancora per secoli colui che avrebbe fornito una soluzione. Non sapevano quando e in che modo questo intervento avrebbe chiuso la faccenda.

Un po’ patetico?

La visione di Isaia non fa altro che preannunciare l’arrivo di questo salvatore, ma come lo descrive? Sarebbe nato “un bambino”, il governo avrebbe riposato sulle sue spalle e in questo modo tutto sarebbe andato bene.

Il tutto sembra piuttosto patetico, vero? E non è un caso, perché questo non è un bambino qualunque. Anzi, questo bambino è il Signore Dio in persona. Sarà chiamato “Consigliere ammirabile”, un aggettivo usato soltanto per riferirsi a Dio nella Bibbia; “Padre eterno”, che si riferisce all’Eterno (es. Isaia 57:15). “Principe della pace”, a indicare che stabilirà la vera pace come solo Dio sa fare (es. Isaia 26:12). Insomma, questo bambino è il “Dio potente”, il Signore in persona.

Ogni cosa al suo posto

La scena del primo Natale inizia evidentemente a sembrare meno deludente, a questo punto. Ben 700 anni prima, la visione di Isaia aveva promesso che tutto sarebbe stato rimesso a posto da Dio in persona, venuto al mondo come bambino. Ma perché Dio avrebbe pianificato un’entrata nel mondo così modesta, sottotono, presentandosi come un bambino? Che senso ha una scelta del genere?

Il piano di Dio, per come è stato annunciato fin dalle più antiche testimonianze, è di rimettere ogni cosa al suo posto, compreso Dio stesso! Cioè, perché ogni cosa sia messa al suo posto, anche Dio deve occupare il suo giusto posto, ossia quello di Creatore sopra il suo creato. O, come dice Isaia, “il Signore solo sarà esaltato”. E, perché ciò accada, “l’orgoglio di ognuno [deve essere] abbassato”, (Isaia 2:11). Per sistemare tutto, Dio ha scelto un modo che toglie di mezzo l’orgoglio umano: ha chiesto a generazioni e generazioni di esseri umani di porre fiducia in un bambino, Gesù, da sempre designato come unico salvatore.

Umiliarsi per non essere umiliati

Per rispondere in modo giusto a quello che Dio ha fatto, per godere della pace che lui offre, è necessaria l’umiltà di non ricorrere a soluzioni personali e umane, ma di fare affidamento sul Signore Gesù che sistemerà tutto.

Se non siamo disposti a farlo, il rischio è alto: lui prenderà comunque il posto d’onore esclusivo che gli spetta, ma chi non si sarà mostrato umile di sua volontà sarà umiliato contro la sua volontà, “abbattuto come un albero nella foresta” per usare le parole di Isaia (Isaia 2:13; 6:13). Perché, per mettere tutto a posto, Dio deve occupare il posto giusto. “Il Signore solo [deve essere] esaltato”.

Credere nel Signore Dio significa essere umili davanti alla sua autorità; egli non può permettere che continuiamo ad esaltare noi stessi, come tutti noi siamo spinti a fare dalla nostra orgogliosa natura umana. Credere nella nascita di Dio come bambino (senza dimenticare la sua morte piena di vergogna da adulto) significa esattamente questo: umiliare noi ed esaltare Lui.

La domanda, quindi, è: sceglierai di umiliarti credendo nel Signore Gesù, o correrai il rischio di essere umiliato?

 

 

JP

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